Wislawsa Szymborska

 

BIOGRAFIA

Wislawa Szymborska nasce nel 1923 a Kornik, nella Polonia occidentale. Nel 1931 con la famiglia si trasferisce a Cracovia. Frequenta l'ambiente culturale dell'epoca, orientato politicamente a sinistra, debuttando nel 1945 sulla rivista Walka (La Lotta) con la poesia Szukam slowa (Cerco la parola). Tre anni dopo completa la sua prima raccolta di poesie.
Nel 1952 si iscrive al Partito Comunista, come molti altri giovani scrittori dell'epoca. Ciò determina la sua successiva produzione poetica, più impersonale e influenzata dal realismo socialista di stampo sovietico.
Nello stesso anno esce la raccolta Dlaczego Zyjemy (Per questo viviamo). Nel 1953 inizia la collaborazione con la rivista letteraria Zycie Literacia (Vita Letteraria).
Nel 1954 si reca in Bulgaria; negli anni seguenti effettua numerosi viaggi in Francia, in Unione Sovietica, in Gran Bretagna, in Olanda, in Austria. E' del '54 la raccolta Domande rivolte a stessa.
Nel 1957 esce la raccolta Wolanie do Yeti (Appello allo Yeti), dove, distaccandosi dall'ideologia imperante, rivela un suo stile poetico personalissimo ed originale; segue nel 1962 la pubblicazione di Sol (Sale). Dall'inizio degli anni 60 in poi le sue opere iniziano ad essere pubblicate ed apprezzate in numerosi paesi stranieri: Germania, Inghilterra, Russia, Svezia, ecc.
Nel 1966 si dimette dal Partito e gradualmente diminuiscono i suoi incarichi nella rivista Zycie Literaria, con la quale interrompe definitivamente ogni collaborazione nel 1981, quando il generale Jaruzelsky impone lo stato di guerra e lo scioglimento di Solidarnosc.
Nel 1967 vengono pubblicate le raccolte Cento giochi e Sto poiech (Uno spasso); nel 1972 esce Wszelki wypadek (In ogni caso) e nel 1976 Wielka liczba (Grande numero).
A partire dal 1981 si avvicina sempre di più agli ambienti dell'opposizione democratica; nel 1986 rifiuta un noto premio statale per la raccolta Ludzie na Moscie (Gente sul ponte), che vince il Premio per la Cultura di Solidarnosc clandestina.
Nel 1993 esce un'altra raccolta, Koniec i poczatec (La fine e l'inizio). Nel 1996 ottiene il Premio Nobel per la Letteratura e nello stesso anno vince il Premio "Pen - book of the Month Club Translation Prize" per la raccolta Widok z ziarnkiem piasku, View with a Grain of Sand (Vista con un granello di sabbia).
Vive attualmente a Cracovia
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INTERVISTA

La naturalità indispensabile

intervista di Federica Clementi a Wislawa Szymborska

 

W.S.: Sa, nella traduzione a volte bisogna trovare una ritmica diversa. Purchè suoni naturale quel che si sta leggendo in traduzione.

fc.: Ho notato come anche nelle Lektury Nadobowiazkowe, Lei non lasci mai sfuggire neanche un'osservazione, un commento sulla traduzione del testo preso in esame. Quanto è importante per Lei come vengono tradotti i testi e cosa è per Lei l'interpretazione? Che significato ha questo termine, si può interpretare la poesia, ad esempio?

W.S.: Se prendiamo qualcuno che legge un verso, ad alta voce, e magari in pubblico, questa è già interpretazione: un tipo di interpretazione. Io amo quando un attore, un declamatore, legge i miei versi come se pensasse a voce alta. Vorrei fosse interpretata così la mia poesia. Nulla di più. La cosa peggiore è la nadinterpretacja (metainterpretazione): il voler aggiungere un qualcosa in più, qualcosa di troppo, che non c'è, alla poesia. Invece, sempre riferendomi ai miei versi, mi piace quando vengono letti guardando in faccia il pubblico, come in un discorso, con nonchalance, come si stesse riflettendo ad alta voce. Questa è l'interpretazione che trovo più adatta ai miei versi.

fc.: E per quel che riguarda l'altra forma di interpretazione, la traduzione. Lei desidera che la sua poesia venga tradotta mantenendo il più possibile il senso letterale o le preme di più che l'armonicità e il ritmo vengano conservati. Più letterale o più ermeneutica?

W.S.: Ad ogni autore interessa soprattutto che quella poesia tradotta in una lingua straniera, suoni come fosse stata scritta in italiano, in inglese, in tedesco... Perché non vi risulti nessuna artificiosità, falsità, che al suono o alla lettura di quelle parole possa far dire immediatamente "ah, ah! è una traduzione". La naturalità è indispensabile. E poi bisogna saper arrivare all'anima del verso; inutile arrovellarsi intorno al senso stretto. E' necessario scoprire e comprendere su cosa l'autore vuol mettere più forte e deciso l'accento. L'accento di valore (contenuto), mentale, va a tutti i costi rispettato. E per quel che riguarda l'aspetto più letterale, dove siano presenti rimandi, riferimenti specifici, eccetera, va tenuto presente che non ogni termine di paragone o riferimento sarà accolto e sentito nello stesso modo in una lingua straniera, e allora bisognerà fare ricorso ad uno nuovo che si adatti alla realtà nella quale la lingua della traduzione si muove.

fc.: Le capita mai di pensare a quale sarà la traduzione di un verso che scrive, come uno specifico riferimento o gioco di parole e rimandi possa essere risolto in una lingua straniera?

W.S.: Mai. Veramente mai. E bisogna in anticipo darsi ragione del fatto che prima di tutto si scrive per un lettore familiare, nativo del proprio Paese, che parla la nostra stessa lingua. E non è possibile stare a pensare nell'atto della scrittura "non posso usare questo o quel vocabolo perchè non è traducibile in nessun'altra lingua". Forse esistono persino poeti del genere, che si danno preliminarmente di queste dritte, ma fanno del male solo a se stessi; che ci pensino i traduttori a tradurre, che risolvano loro il problema, il cui risultato solo in seguito potrà interessarmi, ma non mentre scrivo: in quel momento non mi sfiora l'anticamera del cervello. A scrittura ultimata sarà il traduttore a doversi stancare! E potrà risultare a volte che un verso, è spesso il caso dei miei, non sia traducibile. Bene, che non lo traducano, allora. Pazienza! [ride di cuore]

(Il testo integrale dell'intervista di Federica Clementi a Wislawa Szimborska si può leggere sul numero 5 della rivista mensile AZeta).

 

 

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