|
|
|
BIOGRAFIA Wislawa Szymborska nasce nel
1923 a Kornik, nella Polonia occidentale. Nel 1931 con la famiglia si trasferisce a
Cracovia. Frequenta l'ambiente culturale dell'epoca, orientato politicamente a sinistra,
debuttando nel 1945 sulla rivista Walka (La Lotta) con la poesia Szukam slowa (Cerco la
parola). Tre anni dopo completa la sua prima raccolta di poesie.
INTERVISTA La naturalità indispensabile intervista
di Federica Clementi
W.S.:
Sa, nella traduzione a volte bisogna trovare una ritmica diversa. Purchè suoni naturale
quel che si sta leggendo in traduzione. fc.:
Ho notato come anche nelle Lektury Nadobowiazkowe, Lei non lasci mai sfuggire
neanche un'osservazione, un commento sulla traduzione del testo preso in esame. Quanto è
importante per Lei come vengono tradotti i testi e cosa è per Lei l'interpretazione?
Che significato ha questo termine, si può interpretare la poesia, ad esempio? W.S.:
Se prendiamo qualcuno che legge un verso, ad alta voce, e magari in pubblico, questa è
già interpretazione: un tipo di interpretazione. Io amo quando un attore, un declamatore,
legge i miei versi come se pensasse a voce alta. Vorrei fosse interpretata così la mia
poesia. Nulla di più. La cosa peggiore è la nadinterpretacja
(metainterpretazione): il voler aggiungere un qualcosa in più, qualcosa di troppo, che
non c'è, alla poesia. Invece, sempre riferendomi ai miei versi, mi piace quando vengono
letti guardando in faccia il pubblico, come in un discorso, con nonchalance, come si
stesse riflettendo ad alta voce. Questa è l'interpretazione che trovo più adatta ai miei
versi. fc.:
E per quel che riguarda l'altra forma di interpretazione, la traduzione. Lei desidera che
la sua poesia venga tradotta mantenendo il più possibile il senso letterale o le preme di
più che l'armonicità e il ritmo vengano conservati. Più letterale o più ermeneutica? W.S.:
Ad ogni autore interessa soprattutto che quella poesia tradotta in una lingua straniera,
suoni come fosse stata scritta in italiano, in inglese, in tedesco... Perché non vi
risulti nessuna artificiosità, falsità, che al suono o alla lettura di quelle parole
possa far dire immediatamente "ah, ah! è una traduzione". La naturalità è
indispensabile. E poi bisogna saper arrivare all'anima del verso; inutile arrovellarsi
intorno al senso stretto. E' necessario scoprire e comprendere su cosa l'autore vuol
mettere più forte e deciso l'accento. L'accento di valore (contenuto), mentale, va a
tutti i costi rispettato. E per quel che riguarda l'aspetto più letterale, dove siano
presenti rimandi, riferimenti specifici, eccetera, va tenuto presente che non ogni termine
di paragone o riferimento sarà accolto e sentito nello stesso modo in una lingua
straniera, e allora bisognerà fare ricorso ad uno nuovo che si adatti alla realtà nella
quale la lingua della traduzione si muove. fc.:
Le capita mai di pensare a quale sarà la traduzione di un verso che scrive, come uno
specifico riferimento o gioco di parole e rimandi possa essere risolto in una lingua
straniera? W.S.:
Mai. Veramente mai. E bisogna in anticipo darsi ragione del fatto che prima di tutto si
scrive per un lettore familiare, nativo del proprio Paese, che parla la nostra stessa
lingua. E non è possibile stare a pensare nell'atto della scrittura "non posso usare
questo o quel vocabolo perchè non è traducibile in nessun'altra lingua". Forse
esistono persino poeti del genere, che si danno preliminarmente di queste dritte, ma fanno
del male solo a se stessi; che ci pensino i traduttori a tradurre, che risolvano loro il
problema, il cui risultato solo in seguito potrà interessarmi, ma non mentre scrivo: in
quel momento non mi sfiora l'anticamera del cervello. A scrittura ultimata sarà il
traduttore a doversi stancare! E potrà risultare a volte che un verso, è spesso il caso
dei miei, non sia traducibile. Bene, che non lo traducano, allora. Pazienza! [ride di
cuore] (Il
testo integrale dell'intervista di Federica Clementi a Wislawa Szimborska si può leggere
sul numero 5 della rivista mensile AZeta
|