Sull'arte della stampa in Italia

 

 

di VALERIO CUCCARONI

 

Sin dalla sua apparizione la Stampa ha contribuito ad accelerare la trasformazione della società, favorendo la circolazione delle informazioni. Strumenti di propaganda e di lotta politica, i Giornali hanno facilitato il propagarsi delle rivoluzioni e delle guerre. Viaggio alla scoperta del Quarto Potere.

Analizzare l'arte della Stampa significa interrogarsi non solo sul destino del progenitore dei moderni mezzi di comunicazione di massa (libri, radio, televisione, internet), ma sul mondo in generale, sulla realtà che ci circonda, poiché essa, proprio dai media, è profondamente influenzata, se non addirittura "prodotta" (1).
Pensiamo ad esempio ai grandi fenomeni, come quello dell'inquinamento atmosferico, della violenza urbana, del terrorismo, che salgono all'onore delle cronache, per un certo periodo, invadendo l'intero spazio percettivo, l'intero immaginario collettivo, per poi scomparire temporaneamente, sostituiti da altre notizie di più scottante attualità, come una guerra, un terremoto, un’alluvione, una strage.
Le campagne d'informazione, che portano tali fenomeni alla ribalta, si scatenano molto spesso indipendentemente da ogni volontà, che non sia quella, da parte dei Giornali, di cavalcare l'onda del momento, di far leva sulle emozioni, e in questo modo di vendere, e, da parte della popolazione, di lasciarsi trasportare, di abbandonare ogni sorveglianza e ogni impegno critico. Non è fenomeno questo esclusivo dell'era moderna, fra l’altro.
Come si può constatare, leggendo un qualsiasi manuale di storia del giornalismo italiano (2), i Giornali si sono sviluppati, come altri mezzi e strumenti, all'interno delle Corti e delle grandi Città, a partire dall'inizio del XVII secolo, e sono sempre stati controllati dai gruppi dirigenti. Prima dai principi e dalla loro cerchia, poi dai grandi imprenditori, infine dalle multinazionali, tranne durante le rare parentesi rivoluzionarie in cui è fiorita una Stampa libera e indipendente, seppur anch’essa, in una certa misura, controllata e strumentalizzata dai gruppi sovversivi.
In altri periodi della storia umana, sono stati altri i canali, i media, attraverso i quali i "potenti", i "padroni" avrebbe detto Hegel, hanno imposto alla popolazione la propria visione del mondo, basata, in larga misura, sulla violenza, la competizione, l'individualismo, e l'ubbidienza. Parliamo naturalmente della Letteratura, del Teatro, e degli Spettacoli circensi, i quali potrebbero essere paragonati ai moderni Shows televisivi, al Calcio, ai Periodici e ai Romanzi di consumo, voluti e controllati dai magnati della politica e dell'industria, ora per veicolare informazioni funzionali ai loro interessi, ora semplicemente per distrarre la popolazione.
Il fatto nuovo della modernità, però, a partire almeno dalla rivoluzione francese, è la dichiarazione del diritto inalienabile di ogni cittadino alla libertà di parola e di espressione, e più tardi, del diritto all'informazione. Tali diritti hanno donato ai Giornalisti un potere enorme, tanto da trasformare i Giornali, nel corso del XIX secolo in vere e proprie armi da combattimento, non a caso strumentalizzate dalle maggiori fazioni in lotta.
In l'Italia ricordiamo che hanno svolto attività di pubblicisti quasi tutti i protagonisti del Risorgimento, da Balbo a Cavour, da Foscolo a Mazzini. E fu proprio Mazzini, il quale fondò la sua attività politica proprio su Giornali come la Giovine Italia e poi la Giovine Europa, a riconoscere nella Stampa "la sola potenza dei tempi moderni", anticipando la definizione moderna del Giornalismo come quarto potere.
Affinché la Stampa, però, possa sperare di bilanciare, in quanto quarto potere, gli altri tre - il legislativo, il giudiziario, l'esecutivo -, il Giornalista non deve solo chiedere che il diritto alla libertà d'espressione sia rispettato, deve trasformare tale diritto in un dovere. Tanto più nel momento in cui al di sopra di tutti i poteri dello Stato si eleva il potere internazionale dell'economia e del commercio, che potremmo definire come il quinto, se non addirittura come il quintessenziale.
Per far capire, tuttavia, come il diritto-dovere alla libera espressione, da solo non basti a garantire la pluralità e la correttezza dell'informazione, vorremmo proporre una sintesi della storia del Giornalismo italiano, e, prima di concludere, una rapida analisi della struttura del Giornale. Cercando di indicare poi una possibile soluzione al problema della sistematica manipolazione dell'informazione.

Breve storia della stampa italiana

All'origine del giornalismo, come si può facilmente immaginare, c'è l'invenzione della stampa a caratteri mobili, ad opera del tipografo tedesco Johannes Gensfleisch, detto Gutenberg, attorno alla metà del XV secolo. Grazie all'invenzione di Gutenberg, si svilupparono le prime stamperie, che produrranno i prototipi dei quotidiani attuali. Si tratta di avvisi ufficiali e fogli di notizie a stampa, che circolano, assieme a quelli manoscritti, in molte città, fra cui Venezia e Roma.

Ed è proprio a Venezia che, nel 1563, viene messo in vendita un avviso a una "gazeta" (moneta d'argento), da cui deriva il titolo "Gazzetta", termine assunto in seguito da molti giornali italiani e stranieri.

Ma bisognerà aspettare l'inizio del Seicento, perché questi semplici avvisi si trasformino nelle moderne "gazzette", cioè in pubblicazioni ufficiali adottate dalle grandi città europee per diffondere notizie sulle Corti estere, e sugli avvenimenti locali. Le prime gazzette a stampa, la cui periodicità è settimanale o quindicinale, escono fra il 1605 e il 1609, ad Anversa, Augusta e Strasburgo.

In Italia le prime città ad avere una gazzetta sono Genova e Firenze. La prima data certa, per quanto riguarda la loro pubblicazione, è il 1639, anno in cui prende avvio la gazzetta genovese.

La libertà di cui godono il compilatore, detto "gazzettiere", e lo stampatore, però, è molto limitata e tale rimarrà a lungo. In tutta Europa, l'attività giornalistica è infatti sottomessa alla censura preventiva e al regime del privilegio, concesso dal principe. Da tale privilegio, deriva il titolo di "gazzetta privilegiata". In Italia si potrà cominciare a parlare di autentica libertà di stampa, addirittura, solo all'inizio del Novecento, se si eccettua la breve parentesi del triennio rivoluzionario 1796-99, conseguente alla discesa di Napoleone in Italia.

Nella progredita Inghilterra, invece, il privilegio e la censura verranno aboliti già nel 1695, con il Licensing act. E proprio a Londra, nel 1702, nasce il primo foglio quotidiano, il "Daily courant", la cui diffusione sarà facilitata dallo sviluppo delle poste e delle vie di comunicazioni inglesi. In Francia il primo quotidiano sarà il "Journal de Paris", fondato nel 1777. In Italia bisognerà aspettare l'ondata rivoluzionaria del 1848, per veder comparire il prototipo del primo quotidiano moderno, d'informazione e d'opinione a larga diffusione, la "Gazzetta del popolo", fondato a Torino da Giovan Battista Bottero e Felice Govean.

Come vedremo per altri fenomeni, possiamo già qui constatare come la storia si ripeta, senza molte varianti, nei secoli. È infatti in Inghilterra che oggi si combatte la più aspra battaglia per il diritto all'informazione e alla verità, negato durante la recente guerra in Iraq, a tutti quei giornalisti che, come Andrew Gilligan della Bbc, avevano cercato di denunciare l'infondatezza delle notizie riguardanti le armi di distruzione di massa. Ed è a Parigi che ha sede uno dei più autorevoli organi d'informazione critica dell'Occidente. Ci riferiamo al mensile Le monde diplomatique. E nonostante ciò, anche i media inglesi e francesi più indipendenti, fanno parte di un rete di interessi, che li rende a volte sospetti.

In Italia, del resto, si vive ancora in un regime dominato dalla mancanza di norme chiare per l'applicazione delle leggi, dalla subordinazione dell'attività giornalistica all'Ordine dei giornalisti, e dalla censura. Senza voler anticipare troppo ciò che diremo alla fine, a chi potrebbe stupirsi di sapere che in Italia esiste ancora la censura, ricordiamo che, per fare solo qualche esempio recente, tre trasmissioni televisive d'informazione e di satira, di notevole successo, quelle di Daniele Luttazzi, di Enzo Biagi e Michele Santoro, sono state cancellate dai palinsesti Rai 2003-04; che a novembre è stata censurata la trasmissione di satira Raiot di Sabina Guzzanti, e a gennaio si è tentato di fare lo stesso con lo spettacolo teatrale del premio Nobel Dario Fo, l'Anomalo bicefalo, mandato in onda in un primo tempo senza audio.

In realtà non si tratta di una novità dell'era Berlusconi, se si pensa, tornando alla storia del giornalismo italiano, che sin dalla sua nascita esso ha dovuto sopportare la censura ecclesiastica, ben più forte in Italia che in altri paesi europei. Per far capire l'avversità della Chiesa nei confronti dei giornali, ricordiamo un bando papale del 1691 che assimilava i gazzettieri ai "giocatori [d'azzardo], alle meretrici e donne disoneste che vanno in carrozza". In questo clima, che se in Italia è esasperato dalla censura ecclesiastica, non è meno fosco negli altri paesi europei, salgono alla ribalta, i giornali letterari.

Essi si sviluppano soprattutto a Venezia, con il "Giornale dei letterati d'Italia", fondato nel 1710, e più tardi la "Gazzetta veneta", fondata nel 1760 dal celebre Gaspare Gozzi, che importa in Italia il modello dell'inglese "Spectator". Lo "Spectator" è un periodico non più rivolto solo ai dotti, come le classiche riviste per letterati, ma a quella borghesia colta che si era aperta alle idee dell'illuminismo. In Lombardia invece sarà il modello dell'Encyclopédie di Diderot e D'Alembert, che influenzerà gli autori de "Il Caffè", uno dei più importanti giornali del Settecento, fra i cui collaboratori ricordiamo i fratelli Verri e Cesare Beccaria, autore del celebre Dei delitti e delle pene.

Per quanto riguarda le gazzette, a lungo esse rappresentano, principalmente, uno strumento con cui i potenti, manipolando le informazioni, creano il consenso attorno a sé. Almeno sino a quando le notizie delle rivoluzioni, provenienti dall'estero e diffuse dalle gazzette stesse, non porteranno dei sostanziali cambiamenti nell'informazione. Pubblicando le notizie delle lotte per l'indipendenza e la libertà nei vari paesi, che si scatenano a fine Settecento soprattutto in Francia e Nord America, le gazzette si trasformano involontariamente in giornali in cui si comincia a parlare di politica e a discutere delle verità pericolose per i tiranni.

La rivoluzione francese del 1789 poi, con la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, e due anni dopo la Costituzione nordamericana, diffonderanno l'idea che la libertà di pensiero e di parola sia uno dei diritti più preziosi dell'uomo. Le gazzette italiane danno notizia di questi avvenimenti e l'eccitazione che essi provocano nei ceti colti, è provata dall'aumentare considerevole dei lettori nei caffè o nei "gabinetti di lettura", nati in varie città sull'esempio francese.

Ma con l'inasprirsi della rivoluzione, la tolleranza inizialmente concessa dai censori finisce. E ciò si avverte soprattutto in Toscana e in Lombardia, dove gli Asburgo avevano moderato il loro assolutismo. A Milano, fin dal 1790, i gabinetti di lettura vengono sorvegliati dalla polizia. Nel 1792 i vari governi dell'Italia del nord e del centro cercano di accordarsi per limitare la circolazione clandestina di libri e giornali sovversivi. Si sviluppa una campagna di stampa antirivoluzionaria soprattutto nello Stato della Chiesa, che nega non solo le dottrine rivoluzionarie ma anche gli ideali di libertà e uguaglianza. Nella campagna sono coinvolti i giornali letterari i quali, o si allineano, o rinunciano ad ogni impegno di politica culturale, o si specializzano.

Una novità del periodo, legata all'emancipazione della donna, è la comparsa dei primi periodici femminili. A Firenze esce, nel 1791, il "Corriere delle Dame", a Venezia "La donna galante ed erudita di Venezia", a Milano il "Giornale delle nuove mode di Francia e d'Inghilterra".

Con l'arrivo di Napoleone a Milano, il 15 maggio del 1796, cadono le restrizioni sulla stampa e si assiste ad una grande fioritura di giornali, fra cui i primi fogli quotidiani, dalla vita però assai breve. La capitale della stampa diventa Milano, dove si rifugiano esuli e profughi democratici del resto della penisola. Attraverso i giornali si comincia a discutere di libertà di stampa e dell'unità d'Italia, che non sembra più un'utopia. Su proposta di Giuseppe Compagnoni, fondatore nel 1789 del periodico democratico veneziano "Notizie dal mondo", nasce il Tricolore.

Napoleone però sceglie la strada della moderazione, e non quella democratica e giacobina, e riduce la libertà di stampa, prevedendo la censura preventiva e una tassa di bollo che scoraggia nuove iniziative editoriali. Il foglio preferito da Napoleone, anche durante il suo ritorno in Italia come dittatore, sarà il "Monitore cisalpino", fondato a Milano, su esempio del "Moniteur universel", giornale nato nel 1789 come organo ufficiale dei rivoluzionari francesi. Ricordiamo poi "Il Redattore", foglio ufficioso che diffuse il termine con cui ancora oggi vengono definiti i giornalisti dipendenti.

Progressi si registrano nell'attività editoriale e giornalistica nel periodo dal 1789 al 1814. Il giornalismo ha acquisito un'importanza che non perderà più, i lettori sono aumentati, il compilatore non è più uno solo, si creano diversi ruoli, il direttore, i redattori, i collaboratori. I giornali non hanno più il formato dei libri, come all'inizio, sono un po' più grandi. Generalmente misurano 26 centimetri in larghezza e 40 in altezza. La pagina è divisa in tre colonne. Nel 1797 viene introdotta a Milano, la tecnica della tachigrafia (o stenografia), che facilita il lavoro dei cronisti.

Uno dei periodici più importanti del periodo successivo alla restaurazione, è il mensile "La Biblioteca italiana", fondato nel 1816 a Milano, per volere del governo austriaco, interessato a conquistarsi le simpatie degli intellettuali italiani. La relativa apertura del mensile è testimoniata dal fatto che esso pubblicherà la celebre lettera di Mme De Stael, la quale aprirà in Italia la disputa fra classicisti e romantici. In breve tempo, però, la rivista, dato il suo carattere filo-governativo, perderà molti lettori e dal 1818 le si contrapporrà "Il Conciliatore", periodico di stampo liberale, fondato da un gruppo di romantici, fra cui Ludovico Di Breme, Silvio Pellico, e Gioanni Berchet. Il foglio sarà costretto a chiudere nel 1819, per i frequenti atti di censura e le reazioni degli altri fogli filo-governativi.

Con i moti insurrezionali del 20-21 e del 31, si sviluppa anche in Italia il giornalismo politico, e una pubblicistica aperta al riformismo e al progresso, oltre che alla moda. Milano è ormai la capitale della cultura e del giornalismo, ma anche nelle altre città italiane l'attività giornalistica è assai fiorente. A Firenze nel 1821 viene fondato uno dei migliori giornali del XIX secolo. Si tratta dell'"Antologia, giornale di scienze, lettere e arti", periodico fondato dal colto mercante Gian Pietro Vieussieux. Interessato alla diffusione dei saperi e delle riforme, attraverso un giornalismo chiaro e al servizio del pubblico, Vieussieux riunirà attorno a sé intellettuali molto noti, come Niccolò Tommaseo, Carlo Cattaneo e Giuseppe Mazzini. Nel 1833 il Granduca di Toscana deciderà però di chiudere l'"Antologia" per le forti reazioni suscitate soprattutto negli ambienti ecclesiastici.

Anche negli Stati in cui l'assolutismo è più marcato si registrano aperture. Nel 1834 il re Carlo Alberto decide di trasformare l'ufficiosa "Gazzetta piemontese" da periodico a quotidiano, immutato per ciò che riguarda la politica e le questioni sociali, ma aperto alle scienze, alla musica e alle arti. A Torino inoltre opera l'intraprendente tipografo-editore Giuseppe Pomba, che nel 1829 riesce ad introdurre anche in Italia la macchina tipografica a vapore, utilizzata dal "Times" di Londra sin dal 1814. Il Pomba darà vita ad una fiorente attività editoriale, legata soprattutto ai "magazzini pittorici" (periodici di illustrazioni), ed alla pubblicistica popolare. A Genova, nel 1843 il "Corriere mercantile", fondato nel 1824, da periodico si converte in quotidiano, diventando un giornale completo e non più solo commerciale.

La crescente spinta verso le riforme e l'impegno civile, viene testimoniata dalla nascita di due periodici assai importanti, la "Rivista europea", mensile diretto da Carlo Tenca, e "Il Politecnico", fondato nel 1839 da Carlo Cattaneo, ma costretto ben presto a chiudere per problemi economici. Nel 1945 la testata verrà però riesumata da Elio Vittorini, che ne farà uno strumento di dibattito fondamentale nell'Italia dell'immediato secondo dopoguerra.

Le continue spinte alla libertà e l'avanzata di una stampa meno ligia alla censura e più moderna, conducono i sovrani dei vari stati italiani a concedere editti, costituzioni e statuti meno restrittivi nei confronti della stampa. Il 15 marzo 1847 è papa Pio IX a varare un editto che alleggerisce la censura. Esso è seguito il 6 maggio da uno simile, concesso dal Granduca di Toscana. Nuovi fogli vedono dunque la luce, fra cui "Il Contemporaneo" a Roma e il battagliero "L'Alba" a Firenze, con un'impronta assai più politicizzata dei precedenti.

Nel regno di Sardegna, Carlo Alberto elimina la censura ecclesiastica sulla stampa non religiosa nel 1847, e permette la nascita di due periodici come "Il Risorgimento", del moderato Cesare Balbo e del liberale Cavour, e "La Concordia", periodico democratico, fondato da Lorenzo Valerio, promotore già nel 1837 dell'importante periodico "Letture popolari", costretto alla chiusura nel 1841. Nel 1848 poi Carlo Alberto concede lo Statuto albertino e un editto che sancisce una limitata libertà di stampa e crea la figura del gerente responsabile, creata in Francia nel 1830 e diretta a coprire quei direttori che non vogliono esporsi.

Nel clima dei moti del 48-49 tutti i gruppi politici italiani in campo vogliono un loro foglio, divenuto ormai indispensabile strumento di battaglia. Si sviluppa così anche un giornalismo demagogico e libellistico, e muove i primi passi quello satirico. Dopo la sconfitta del movimento rivoluzionario, nei dieci anni di preparazione dell'unità d'Italia, diventa Torino la capitale dei patrioti italiani e il suo primo quotidiano, "La Gazzetta del Popolo", assume le caratteristiche del primo quotidiano moderno italiano, ricco di notizie, ampiamente diffuso e di facile lettura.

La maggiore novità del periodo preunitario è la creazione a Torino, nel 1853, di un'agenzia di notizie, sul modello di quelle già operanti dagli anni 30, a Parigi, Berlino e Londra. Dopo aver voluto l'attivazione del collegamento telegrafico fra Torino e Parigi nel 1852, Cavour fa nascere l'agenzia Stefani, impresa a carattere familiare. Cavour inoltre sorveglia i giornali e interviene con sovvenzioni e procedure non sempre legali, nei confronti dei più scomodi.La stampa democratica e mazziniana ha più fortuna a Genova, dove però il quotidiano mazziniano l'"Italia del popolo", nato nel 1851 già nel 57 è costretto a chiudere per le vendite scarse.
A Milano il quotidiano ufficiale dell'impero asburgico è la "Gazzetta di Milano". A Roma esce la prima serie dell'"Osservatore romano", che diventerà quotidiano nel 1861 e durerà sino ad oggi. Nel 1853 è inoltre stata fondata "Civiltà cattolica", la rivista ufficiale della Compagnia di Gesù, che nel 1850 definisce ancora il giornalismo come una "piaga" e "strumento di perpetua agitazione fra i popoli".

Oltre a dover combattere contro l'ostilità della Chiesa, il giornalismo italiano è assai in ritardo rispetto agli altri stati. Basti pensare che la "Gazzetta del popolo" di Torino ha una tiratura media di 10.000 copie, ma gli altri quotidiani non superano le 2.000. Mentre in Francia i giornali arrivano già a 80 milioni di copie all'anno, e negli Stati Uniti i quotidiani più popolari hanno una tiratura media dalle 30 alle 40.000 copie. A Londra, già nel 1848 viene introdotta la rotativa, mentre nelle maggiori città italiane i giornali si stampano ancora con pochi torchi a vapore. I giornali sono quasi tutti in deficit, e vengono sostenuti dai gruppi dirigenti che se ne servono per i loro interessi economici o politici. Non vi è grande differenziazione tipologica. Il giornalismo in Italia, insomma, rimarrà a lungo essenzialmente uno strumento di lotta politica.

Nel periodo postunitario, i governi di Destra esercitano un forte controllo sui giornali, specie su quelli dell'opposizione di sinistra e i fogli destinati alle classi popolari. Nel novembre 1867 viene arrestato il gerente del "Gazzettino rosa" di Milano e poco dopo i suoi fondatori. Il foglio sarà costretto a chiudere nel 1874, in seguito a innumerevoli sequestri, processi e condanne. Il giornale mazziniano "Unità italiana", fondato nel 1862, non durerà nemmeno un anno. Il governo sarà più cauto con i fogli dell'opposizione cattolica. Mentre userà mezzi di vario tipo, per sostenere i giornali amici: annunci a pagamento, sovvenzioni ministeriali, fornitura di notizie politiche dalla capitale.

La categoria dei giornalisti non è più composta di patrioti, passati alla politica attiva, ma di avvocati e altri professionisti che utilizzano anch'essi i giornali a scopo politico, di intellettuali e letterati di scarso valore, che impiegano un linguaggio aulico. Essi percepiscono modesti compensi e ciò favorisce la corruzione, oltre che le iniziative avventurose e strumentali.

La scena editoriale cambia a Milano attorno alla metà degli anni 60. Qui operano due grandi editori, i Sonzogno e Emilio Treves, che ottengono successo pubblicando periodici illustrati. Treves passerà alla storia lanciando il settimanale "L'Illustrazione italiana", nel 1875. Mentre Sonzogno nel 1866 darà vita al primo quotidiano moderno all'italiana, "Il Secolo". Esce la mattina del 5 maggio, lo stesso giorno in cui 10 anni dopo uscirà l'altro grande quotidiano italiano, il "Corriere della Sera". "Il Secolo" ha 4 pagine, divise in 5 colonne, costa 5 centesimi. Il giornale ha successo soprattutto perché comincia a trattare diffusamente la cronaca cittadina, e perché adotta un'organizzazione imprenditoriale avanzata, con la creazione, fra l'altro, della figura del direttore amministrativo.

I conti dei giornali più intraprendenti cominciano a tornare grazie alla pubblicità, che si sviluppa con gli avvisi commerciali pubblicati in quarta pagina. Si tratta all'inizio soprattutto di specialità farmaceutiche, settore in cui commercia fra l'altro il pioniere della pubblicità, Attilio Manzoni. Manzoni fonda la prima concessionaria di pubblicità, ancora oggi sul mercato, facendo da tramite fra le imprese e i giornali. Egli inventò inoltre i necrologi a pagamento.

Con il passaggio al potere della Sinistra, fioriscono i giornali democratici. Nel 1875 viene trasferito a Milano "La Plebe", periodico fondato da Enrico Bignami a Lodi nel 1868, che per l'occasione è convertito in quotidiano. Si tratta del primo giornale socialista italiano: non a caso fu uno dei fogli più bersagliati dalle autorità. Nel 1882 il giornale è costretto a chiudere.

Nel 1876 viene fondato il "Corriere della Sera", quotidiano del pomeriggio. A dirigerlo è Eugenio Torelli Viollier, giovane giornalista napoletano cresciuto all'"Indipendente" di Alexandres Dumas, il giornale fondato dal francese dopo l'ingresso di Garibaldi a Napoli. Torelli vuole realizzare "la versione di destra del Secolo", e fornire un autorevole foglio conservatore alla borghesia italiana, ma solo nel 1882 il quotidiano riesce ad uscire dalla precarietà. La svolta avviene nel 1885, quando entra nella società un grosso imprenditore, Benigno Crespi, alla cui famiglia il giornale apparterrà fino all'imbroglio piduista di Rizzoli, che vedremo più tardi. Nel corso del 1904, sotto il controllo di Luigi Albertini, il "Corriere della Sera", definito anche il "giornale delle pantofole" per il suo conservatorismo, il suo grigiore e la sua austerità, diventerà il più autorevole e diffuso quotidiano italiano e tale resterà fino ad oggi, seppure con alterne vicende e un temporaneo sorpasso, dal 1986 al 1989, da parte del quotidiano "la Repubblica".

Anche la Sinistra, sebbene in maniera minore, manipolerà i giornali e li finanzierà per conquistarne i favori. Nel 1882 scoppia però uno scandalo che fa traballare il governo De Pretis: è il primo caso di concentrazione di giornali e di finanziamenti occulti. Nell'affare sono coinvolti Eugenio Oblieght, affarista di origine ungherese e gli ambienti politici romani: Oblieght entra in possesso di sei testate di media dimensione, controllate indirettamente da esponenti politici e grazie a loro fa affari in tutta la penisola. Nel 1882, il "Secolo" pubblica la notizia che Oblieght ha venduto i suoi giornali alla Banca franco-romana. Scoppia lo scandalo e Oblieght è costretto a vendere i giornali in Italia. L'Associazione della stampa periodica italiana, fondata nel 1877 e presieduta, fra gli altri, da Francesco De Sanctis, si occuperà del caso e affermerà la necessità di indipendenza e libertà per la stampa italiana, ma senza grandi strumenti per rendere operative le sue considerazioni.

È un periodo di decadenza e in questo clima, maturano esperienze di periodici d'avanguardia, antidemocratici e antiparlamentari, come "Cronaca bizantina" di Angelo Sommaruga, settimanale politico letterario a cui collaboreranno Gabriele D'Annunzio, Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao. Altro periodico antiparlamentare di notevole successo è "Forche caudine", di Pietro Sbarbaro, che arriva alle 150.000 copie di tiratura, un record. Nel 1885 gli imperi di Sommaruga e Sbarbaro crollano sotto i colpi della magistratura. Nel 1893 scoppierà poi la più grave crisi economica dell'Italia liberale, con lo scandalo della Banca Romana, che assieme alla Banca Nazionale e al Banco di Napoli, avevano cominciato nel 1887 a finanziare vari giornali.

Una variante dell'affare Oblieght sarà lo scandalo che vedrà coinvolti, 100 anni dopo, la Montedison, presieduta da Eugenio Cefis, il Gruppo Rizzoli, guidato da Angelo Rizzoli, e la P2 di Licio Gelli, loggia massonica segreta di impronta eversiva e golpista, al centro della vita politica e finanziaria italiana del secondo dopoguerra. Cefis, a metà degli anni Settanta, aveva dato vita ad una specie di concentrazione invisibile e lottizzata, sovvenzionando la "Gazzetta del Popolo" di Torino, in funzione anti-Agnelli, proprietario della "Stampa"; il "Giornale" di Montanelli, in funzione "anti-Corriere", guidato da Piero Ottone; "Paese sera", del Pci; comprando "Il Messaggero" e aiutando infine Angelo Rizzoli ad acquistare il dissestato Gruppo editoriale che pubblica il "Corriere della Sera" ed altri periodici. Cefis poi si defila, lasciando la "Gazzetta del Popolo", che sarà per un anno autogestita dai giornalisti e poi acquistata da un editore vicino alla Dc. Mentre Angelo Rizzoli avvia una politica editoriale di espansione, gestendo, con una società democristiana, il "Mattino" di Napoli e la "Gazzetta dello Sport", acquistando l'"Alto Adige" di Bolzano, il "Piccolo" di Trieste (fondato nel 1881, da Teodoro Mayer), poi il "Lavoro", per fare un favore a Craxi, segretario del Partito Socialista.

Il Gruppo Rizzoli si fonda sul deficit e intrecci politici, ma il tutto è sottovalutato dai sindacati. Nel 1977 avviene una ricapitalizzazione misteriosa, e il direttore del "Corriere" Piero Ottone si dimette, seguito da altri giornalisti. Nel frattempo Rizzoli crea un rotocalco, "L'Occhio", che fa gestire a Maurizio Costanzo. Dopo un iniziale successo il periodico però cala e contribuisce ad aumentare i debiti del gruppo. Rizzoli, forte dei suoi appoggi politici, preme perché venga varata una legge per l'editoria che contenga uno stanziamento cancella-debiti. Fra i partiti, compreso il Pci, l'accordo c'è, ma i radicali, alcuni editori e il presidente della Fnsi, Paolo Murialdi, si oppongono. Il 13 novembre 1979 Murialdi pubblica un articolo su "Repubblica" in cui rivela gli aspetti scandalosi dell'accordo. Nel 1981 si scopre che dietro l'affare c'è la Loggia segreta di Licio Gelli, la P2, di cui facevano parte anche Rizzoli, assieme a vari direttori e giornalisti del suo Gruppo e non solo, nonché Silvio Berlusconi, condannato, fra l'altro, nel 1990 per aver dichiarato il falso a proposito della sua appartenenza alla loggia. Roberto Calvi, boss del Banco Ambrosiano, anch'egli legato alla P 2 e finanziatore del Gruppo Rizzoli, arrestato il 20 maggio del 1981, fugge e muore impiccato a Londra il 18 giugno. Fra il 1980 e il 1983 il "Corriere" perde 100.000 lettori, lo scandalo è enorme. A salvarlo sarà nel 1984 una cordata di industriali, il cui leader è Gianni Agnelli.

A questo punto, constatando come il giornalismo italiano non si sia mai liberato né delle pressioni politiche, né del controllo aziendale, piuttosto che continuare la sua cronistoria, ci sembra più utile fornire alcuni dati sui più importanti quotidiani italiani attuali, appena citati, come "La Stampa", "Il Messaggero", "Il Mattino", "La Gazzetta dello Sport" e "la Repubblica". Per poi concludere con l'analisi del caso Parmalat, così come è stato presentato da alcuni di questi giornali.

"La Stampa", attualmente il terzo quotidiano italiano con 450.000 copie vendute, nasce a Torino nel 1895 dalla "Gazzetta piemontese", giornale ufficiale del Regno di Sardegna fondato nel 1797. Quando in Italia nel 1898 si registrano gli ennesimi episodi di repressione, stavolta contro i tumulti scoppiati per il forte rialzo del prezzo del pane e per la richiesta di maggiori libertà, il giornale di Torino chiede che venga attuata una politica più liberale. Il successo del giornale fu determinato proprio dall'ascesa al governo di Zanardelli, Giolitti e dei liberali, oltre che al talento del suo giovane direttore e poi maggiore azionista Alfredo Frassati. Con l'ascesa del fascismo al potere, "La Stampa" viene chiusa e quando riappare in edicola il 30 novembre 1926, è controllata dalla Fiat. D'ora in poi "La Stampa" sarà di proprietà della famiglia Agnelli.

"Il Messaggero" è il quotidiano della capitale, attualmente di proprietà dell'imprenditore Caltagirone. Il giornale fu fondato nel 1878, dal giovane giornalista Luigi Cesana, il quale, dopo aver iniziato compilando un giornale fatto di notizie pubblicate negli altri, punta sulla cronaca cittadina, sui resoconti dei processi, tanto amati dal pubblico, e sui romanzi d'appendice. Politicamente "Il Messaggero" si affida al "buon senso", non sbilanciandosi troppo, e impartendo lezioni di moralismo. Con poche varianti, si tratta della formula del quotidiano attuale.

"Il Mattino" è il principale giornale del meridione, anch'esso appartenente, attualmente, al gruppo di Caltagirone. È stato fondato nel 1892 da Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao. Nella sua Storia del giornalismo italiano, Paolo Murialdi descrive Scarfoglio come l'archetipo di una figura di giornalista destinata a restare tipica del giornalismo italiano. Individualista, talentuoso e fortemente polemico, Scarfoglio mescola senso degli affari a spregiudicatezza. Porta al successo "Il Mattino", legandolo alla lotta per il potere dei gruppi dirigenti meridionali, assumendo posizioni conservatrici, e accenti antinordisti.

"La Gazzetta dello Sport", il più diffuso giornale sportivo italiano, e il terzo fra i quotidiani, nasce nel 1896 a Milano come settimanale. Dal 1908, in seguito al successo del Giro d'Italia di ciclismo, il giornale adotta la carta rosa, che ancora oggi lo contraddistingue. All'inizio appartiene all'editore Sonzogno, che lo trasformerà in quotidiano solo nel 1919. "La Gazzetta dello Sport" oggi fa parte del Gruppo RCS (Rizzoli, Corriere della Sera), sezione Quotidiani, di cui è presidente Cesare Romiti, braccio destro degli Agnelli. In seguito a Tangentopoli, ricordiamo che Romiti è stato condannato per falso in bilancio e finanziamenti illeciti ai partiti.

"La Repubblica" è il secondo quotidiano più distribuito in Italia. A fondarlo è stato Eugenio Scalfari, giornalista economico salito alla ribalta dopo aver creato nel 1955, assieme ad altri giornalisti liberaldemocratici, il settimanale "L'Espresso", periodico voluto e finanziato dall'imprenditore illuminato Adriano Olivetti e dal giovane Carlo Carracciolo, uno dei pochi editori "puri" che l'Italia possa a tutt'oggi contare. Forte del successo de "L'Espresso", di cui Scalfari divenne ben presto direttore, nel 1976 egli fonda "la Repubblica", con la partecipazione di Carracciolo e della Mondadori, la maggiore casa editrice italiana, a quel tempo non ancora in mano ai Berlusconi. Il mercato a cui "la Repubblica" si rivolge è quello della sinistra, molto più larga di un tempo. In redazione ci sono i giornalisti più noti, da Giorgio Bocca a Alberto Arbasino, e molte donne, fra cui il noto critico cinematografico Natalia Aspesi, Miriam Mafai e Barbara Spinelli. Il giornale non contiene cronaca locale e ha poche pagine dedicate allo sport, è giornale molto simile ad un settimanale. Ha successo perché in quegli anni si sta sviluppando il giornalismo televisivo e nel quotidiano di qualità si cercano la spiegazione e l'interpretazione dei fatti. Scalfari appare un leader che fa politica con il suo giornale, esattamente come Indro Montanelli, che nel 1974 ha fondato "Il Giornale", con i soldi della Montedison, e della Società Idroelettrica di Torino, la Spi. L'operazione di Montanelli assume un carattere ultra-conservatore ed è diretta in particolar modo contro il "Corriere della Sera", diretto dal 1972 dal liberale indipendente Piero Ottone, accusato, per le sue idee illuminate, addirittura di essere "comunista".

Il gruppo capitanato da Scalfari diventa uno dei più imponenti gruppi editoriali italiani, quando, alla fine degli anni Ottanta, De Benedetti, che controlla la Mondadori, acquista tutte le azioni de "L'Espresso", il 50 % de "la Repubblica" e la catena di quotidiani locali della Finegil, fra cui vi sono "Il Tirreno" di Livorno, "Il Mattino" di Padova e "La Nuova Sardegna" di Sassari. L'operazione Grande Mondadori, come viene chiamata, è però osteggiata da Silvio Berlusconi, che controlla già la Fininvest, "Il Giornale" di Montanelli, e il settimanale più diffuso d'Italia, "TV-Sorrisi e canzoni". Con il favore della famiglia Mondadori, Berlusconi diventa proprietario della maggior parte delle azioni a fine 1989. Ma in seguito a numerose manovre politiche, nel 1991 si arriva allo smembramento della Mondadori: a Berlusconi va la vecchia Mondadori, costituita dalla produzione di libri e periodici, fra cui il secondo più importante settimanale italiano, "Panorama". Mentre a De Benedetti restano "la Repubblica", "L'Espresso" e la catena dei quotidiani locali. Berlusconi ne esce naturalmente rafforzato, tanto più che nel 1990 viene varata la famosa legge Mammì, fortemente voluta da Craxi, che lascia a Berlusconi il controllo delle sue tre reti televisive, anche se lo obbliga a inserire telegiornali in ognuna. La legge lo priva soltanto de "Il Giornale", che però Berlusconi affida al fratello Paolo. Subito dopo la legge Berlusconi lancia le tre reti a pagamento di Telepiù, su cui non esisteva alcuna norma. A tutt'oggi non sono state ancora chiarite le dinamiche della vicenda Grande Mondadori e il ruolo giocato da alcuni magistrati accusati di aver favorito Berlusconi.

Struttura

Se si prende in mano un Giornale, dal quotidiano (formato "lenzuolo" o tabloid) alla rivista (formato news magazine), se lo si sfoglia, si può notare come esso sia strutturato. Un insieme di quadri, fatti di immagini e parole. Ciò gli dona un aspetto di completezza, che ne garantisce in qualche modo l’obiettività dei contenuti. In realtà anche il Giornale, come ogni sistema di simboli, ha una sua struttura ed è regolato da alcune leggi. A seconda del tipo di Giornale, i modi in cui tali leggi si declinano cambiano, ma la struttura non cambia. Il Giornale è un insieme di simboli nato e sviluppatosi per comunicare. E per comunicare, è essenziale attirare l'attenzione dell'interlocutore, oltre che fornire un messaggio, attraverso un canale, che si collochi in un dato contesto. Ecco dunque, che l'elemento strutturale di base di ogni Giornale, al di là di dove, perché, come e cosa viene detto, è il bisogno di attirare l'attenzione del lettore.
Al tempo delle “Gazzette”, dette “privilegiate” perché era “privilegio” dei Prìncipi rilasciare il permesso di stamparle, questo bisogno era meno sentito, perché l'attenzione era garantita dal contesto stesso e dall'appartenenza dell'emittente e del destinatario alla stesso ristretto circolo, alla stessa ristretta classe dirigente. Con l'allargarsi del pubblico, e il differenziarsi delle classi di lettori, questo bisogno si fa sempre più incalzante. E l'aumento del numero delle pagine, l'introduzione dei romanzi a puntate, delle foto, dei colori, risponde proprio a questo bisogno. Come se non bastasse, poi, a tutto ciò si aggiunge la necessità di privilegiare, all'interno del sistema di simboli, certe notizie piuttosto che altre. Ciò dipende naturalmente dalla politica editoriale di ciascun Giornale, che però molto spesso è difficile da decifrare con precisione. Ciò influenza naturalmente la natura della notizia, del messaggio, condizionata da logiche altre, rispetto al diritto all'informazione e alla libertà di espressione. In alcuni casi la notizia passa addirittura in secondo piano, a favore di altre componenti simboliche. E diventano notizie anche i fatti e i fattacci, i pettegolezzi sulla vita della star. Un Giornale pieno di foto, di notizie "utili" e di “faits divers” avrà un successo di vendite garantito, il quale lo metterà al riparo anche da eventuali mancanze a livello dell'attendibilità del messaggio.
In generale, anche per quanto riguarda i quotidiani più autorevoli, non vi è alcuna certezza, non solo sull'autenticità della notizia, quanto piuttosto della politica editoriale che spinge a privilegiare certe notizie invece di altre.
Per il fiorire incontrollato di questo tipo di Giornali, delle grandi concentrazioni e della logica del profitto, ad esse legato, sono nati, a diverse riprese, nei secoli, altri Giornali, che si sono dati il compito di criticare i primi.
In Francia, tale compito è assolto attualmente da PLPL e Acrimed, pubblicazioni a cui collaborano Giornalisti professionisti impegnati, engagés. In Italia, il quotidiano comunista il Manifesto, nonostante si occupi raramente di critica diretta dell'informazione, rappresenta comunque un punto di riferimento, nella vasta rete dei Giornali d'opinione e degli organi più o meno indipendenti. Esiste poi un sito internet, appartenente al circuito internazionale di media indipendenti, Indymedia. E tutta una rete di periodici, radio, università e aziende autonome, che assolve e forma all’analisi e della critica.
Tali media, luoghi e strumenti sono però osteggiati, persino dai professionisti più progressisti, e restano sconosciuti alle grandi masse.
Non vi è dunque, a nostro avviso, altra soluzione per eliminare il problema della manipolazione dell'informazione e della costruzione del consenso, che diffondere, attraverso l'iniziativa autonoma, le scuole e le altre istituzioni, l'abitudine alla comparazione fra i vari Giornali, alla conoscenza dell'appartenenza politica ed economica del Giornale, al fine di sviluppare lo spirito critico e la propria cultura.
La lettura dei Giornali, come degli altri strumenti di informazione e apprendimento, resta infatti uno dei pochi metodi per vivere in maniera responsabile in società.
Almeno fino a quando la società sarà fondata, come lo è stata dall’origini omeriche sino ai giorni nostri, sulla logica del profitto e del potere individuale, la quale a sua volta comporta l'utilizzo strategico, soprattutto nei periodi di crisi, della menzogna e del raggiro, come efficaci e insostituibili strumenti di conquista.
La libertà di espressione e di informazione, che può forse impedire, assieme ad altri stratagemmi, che la società crolli sotto il peso della logica che la governa, come periodicamente succede, dovrà per questo sempre coincidere con il diritto alla certezza e alla verità.
Per far comprendere, infine, come sia difficile, nonostante tutto, rispettare il diritto-dovere alla libertà di espressione e, allo stesso tempo, i criteri di verità e certezza, concluderemo il nostro intervento compiendo una rapida analisi di come la crisi della Parmalat, uno degli avvenimenti centrali della stagione in corso, sia stata trattata dai principali quotidiani italiani.

Esempio di lettura comparata

Si tratta del Corriere della Sera, Il Messaggero, la Repubblica, e il Manifesto. Analizzeremo quale tipo di notizie ha dato, il giorno 16 febbraio 2004, a proposito del caso Parmalat, ciascuno di essi. Abbiamo scelto questi quattro, perché a loro modo ci sembrano i più rappresentativi e autorevoli, per ciò che riguarda i quattro gruppi che controllano la vita economica, politica e culturale in Italia. La destra, cioè gli attuali gruppi dirigenti del paese; il centro (centro-destra e centro-sinistra), cioè gran parte della media e piccola borghesia; e la sinistra, cioè una parte della classe dei proletari, della borghesia “illuminata” e dei piccoli industriali.
Il Corriere della Sera rappresenta sin dalle sue origini il primo gruppo. Il Messaggero anche, ma con forti simpatie per il secondo. La Repubblica rappresenta ormai incontestabilmente il terzo. E il Manifesto rappresenta il quarto, almeno da dopo la caduta del partito comunista e del suo organo ufficiale L'Unità.
Cercheremo di dare solo qualche spunto per lasciare poi a voi il piacere di comparare analiticamente le varie notizie.
Ognuno di questi Giornali ha privilegiato un aspetto diverso della vicenda, che il 15 febbraio, il 16 per i quotidiani che escono con un giorno di ritardo, è stata caratterizzata dall'accusa di Tremonti al governatore della Banca d'Italia, Fazio, di non aver sorvegliato i conti Parmalat.
Il Corriere della Sera presenta l'affare, come sua abitudine, del resto, in queste occasioni, come un duello fra cavalieri, o meglio un dialogo platonico. Citando ora le tesi dell'uno ora le tesi dell'altro, vorrebbe donare l'impressione dell'oggettività, e si limita invece solo a ritagliare un quadro della situazione, per di più tutto incentrato solo sui protagonisti principali, sui gruppi dirigenti, tutti interessati naturalmente a coprirsi le spalle. Tutto ciò facendo appello naturalmente al rispetto delle regole, citando i pareri del Fondo Monetario Internazionale, del revisore dei conti americano Mc Donough, il quale ci invita addirittura a fare come Bush, e infine l'imprenditore Della Valle, il quale, dopo la P 2, Tangentopoli e tutto il resto, vorrebbe farci credere, in barba alla storia, che "l'Italia non è questa" e che "gli scandali sono un'eccezione". Niente di straordinario, si sa del resto che il senso del ridicolo non è più virtù del Corriere della Sera, da almeno vent'anni, se non proprio dalle sue origini.
Il Messaggero dal canto suo sembra stare tutto dalla parte di Fazio: in seconda pagina lascia la parola ai banchieri, che da bravi centurioni, "fanno quadrato". Poi fa parlare anche Fini e Follini, che in questo momento di agitazione apparente all'interno della destra, invitano alla prudenza, bacchettano simpaticamente Tremonti, e dispensano "massicce dosi di distinguo". Come il Corriere della Sera poi dà la parola un imprenditore, il  multinazionale Guido Barilla, che s'impietosisca per Tanzi, si sconcerta, ma poi torna serio e aggiunge perentorio: "il giudizio però è grave". La perla de Il Messaggero però è l'intervista alla soubrette Petra Scharbach, che ha scritto a Tanzi, in carcere, una lettera farcita di citazioni e da una favola sui nani e i giganti del capitalismo italiano. In perfetto stile feuilleton, come abitudine de Il Messaggero.
La Repubblica, il Giornale del centro-sinistra, ci scherza su e chiama il carteggio tra Fazio e Tremonti, reso noto, proprio il 16 febbraio scorso, un "dialogo tra sordi". Come il quotidiano Libération, la Repubblica non si sbilancia mai troppo e per far contenti tutti, salta sul carro del vincitore e infierisce sui disastri Parmalat. E si abbandona alle cacce al tesoro, intitolando un articolo, nelle pagine di economia "Ecco dov'è il tesoro di Tanzi".
Il Manifesto infine alza i toni, anche lui, secondo le sue abitudini. E titola in prima pagina "La Banca sono io", accusando il ministro Tremonti, con cui il Giornale naturalmente ce l'ha a morte per la sua appartenenza al governo Berlusconi, di voler menare un "attacco ai poteri di vigilanza di Fazio". Poi nelle pagine interne, come il Corriere dipinge un clima da duello, solo che in maniera più ironica. Come il Corriere poi parla degli Stati Uniti, solo che a differenza del Corriere mette l'accento sul fatto che anche alcune banche straniere potrebbero aver partecipato alla truffa. Essendo un Giornale di analisi e d'opinione, letto anche da esponenti di partiti e gruppi a lui opposti, il Manifesto dona poi un resoconto della storia della Parmalat, intitolandolo emblematicamente "Così è tramontato il sogno americano". Nelle pagine di cultura infine si trova un invito alla lettura del caso Parmalat non come un episodio eccezionale, ma come un avvenimento strutturale, legato alla "economia politica della menzogna". In perfetto stile "manifesto" ultima versione, cioè molto intellettuale, "postmodernista" direbbero alcuni, "alla moda", dando l'impressione di aver, almeno in parte, dimenticato la sinteticità nell'analisi, a cui nonostante tutto il quotidiano sembra voler aspirare.



Note:

1 Ricordiamo, a tal proposito, le celebri analisi di Marshall Mcluhan, fra cui La galassia Gutenberg. Nascita dell'uomo tipografico, Armando, Roma, 1976, Il medium è il massaggio, Feltrinelli, Milano, 1968. Fra i molti altri studiosi che hanno cercato di analizzare i media e il loro impatto sulla costruzione della realtà, basti qui citare l’altro celebre studioso statunitense Noam Chomsky (cfr. Il potere dei media, Vallecchi, Firenze, 1994), il francese Pierre Bordieu (cfr. Sulla televisione, Feltrinelli, Milano, 1997), e gli italiani Umberto Eco (cfr. Apocalittici e integrati, Bompiani, Milano, 1965) e Alberto Abruzzese (cfr. Il corpo elettronico: dinamiche delle comunicazioni di massa in Italia, La nuova Italia, Scandicci, 1988).
2 Cfr. Paolo Murialdi, Storia del Giornalismo italiano, Il Mulino, Bologna, 2000.

 

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