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IL SOGNO DEL PRIGIONIERO

di EUGENIO MONTALE

 

 

Albe e notti qui variano per pochi segni.

 

Il zigzag degli storni sui battifredi

nei giorni di battaglia, mie sole ali,

un filo d'aria polare,

l'occhio del capoguardia dallo spioncino,

crac di noci schiacciate, un oleoso

sfrigolìo dalle cave, girarrosti

veri o supposti - ma la paglia è oro,

la lanterna vinosa è focolare

se dormendo mi credo ai tuoi piedi.

 

La purga dura da sempre, senza un perché.

Dicono che chi abiura e sottoscrive

può salvarsi da questo sterminio d'oche;

che chi obiurga se stesso, ma tradisce

e vende canre d'altri, afferra il mestolo

anzi che terminare nel paté

destinato agl'Iddii pestilenziali.

 

Tardo di mente, piagato

dal pungente giaciglio mi sono fuso

col volo della tarma che la mia suola

sfarina sull'impiantito,

coi kimoni cangianti delle luci

sciorinate all'aurora dai torrioni,

ho annusato nel vento il bruciaticcio

dei buccellati dai forni,

mi son guardato attorno, ho suscitato

iridi su orizzonti di ragnateli

e petali sui tralicci delle inferriate,

mi sono alzato, sono ricaduto

nel fondo dove il secolo è il minuto -

 

e i colpi si ripetono ed i passi,

e ancora ignoro se sarò al festino

farcitore o farcito. L'attesa è lunga,

il mio sogno di te non è finito.

 

 

 

 

 

 

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