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IL SOGNO DEL PRIGIONIERO
Albe e notti qui variano per pochi segni.
Il zigzag degli storni sui battifredi nei giorni di battaglia, mie sole ali, un filo d'aria polare, l'occhio del capoguardia dallo spioncino, crac di noci schiacciate, un oleoso sfrigolìo dalle cave, girarrosti veri o supposti - ma la paglia è oro, la lanterna vinosa è focolare se dormendo mi credo ai tuoi piedi.
La purga dura da sempre, senza un perché. Dicono che chi abiura e sottoscrive può salvarsi da questo sterminio d'oche; che chi obiurga se stesso, ma tradisce e vende canre d'altri, afferra il mestolo anzi che terminare nel paté destinato agl'Iddii pestilenziali.
Tardo di mente, piagato dal pungente giaciglio mi sono fuso col volo della tarma che la mia suola sfarina sull'impiantito, coi kimoni cangianti delle luci sciorinate all'aurora dai torrioni, ho annusato nel vento il bruciaticcio dei buccellati dai forni, mi son guardato attorno, ho suscitato iridi su orizzonti di ragnateli e petali sui tralicci delle inferriate, mi sono alzato, sono ricaduto nel fondo dove il secolo è il minuto -
e i colpi si ripetono ed i passi, e ancora ignoro se sarò al festino farcitore o farcito. L'attesa è lunga, il mio sogno di te non è finito.
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