Gli «intello» in rivolta

 


Gli intellettuali francesi uniti contro la «guerra all'intelligenza»

di ANNA MARIA MERLO

PARIGI - Gli intello sono in rivolta. Accusano il governo di Jean-Pierre Raffarin di fare una «guerra all'intelligenza». L'idea è venuta a tre giornalisti del settimanale Inrockuptibles : dare il via a un «appello contro la guerra all'intelligenza» per denunciare i tagli al bilancio della cultura, la riforma del sussidio di disoccupazione per i precari dello spettacolo, la riduzione del bilancio della ricerca, la diminuzione dei posti nelle scuole e così via. La petizione è già stata firmata da più di 20mila persone di tutte le categorie - dai ricercatori agli artisti, passando per medici, avvocati o insegnanti - e continua a ricevere un flusso enorme di adesioni. Almeno 700 l'ora, sostengono i promotori. L'hanno già firmata grandi nomi della cultura francese, da Jacques Derrida a Bernard Tavernier, da Alain Touraine al medico Patrick Pelloux, che quest'estate aveva denunciato per primo la strage di anziani dell'afa agostana. Ci sono i rappresentanti di tutti i settori che da qualche mese a questa parte protestano contro la politica al ribasso del governo: i mestieri «del sapere, della ricerca, del pensiero, del legame sociale» denunciano la «politica estremamente coerente» del governo, che mira all'«impoverimento e alla precarizzazione di tutti gli spazi considerati improduttivi a breve termine, inutili o dissidenti».

Il governo contrattacca. Il ministro della cultura, Jean-Jacques Aillagon, che sabato sera è stato fortemente contestato durante la cerimonia dei Césars, rivendica la scelta di «voler modificare profondamente i rapporti tra lo stato e il mondo della cultura». Aillagon, infatti, propone una riforma basata sulla decentralizzazione della politica culturale, l'autonomia degli enti pubblici e l'apertura all'intervento del capitale privato e al mecenatismo. Il ministro accusa in blocco i firmatari dell'appello di rappresentare nientemeno che la «resistenza dei privilegiati, di chi vive di aiuti pubblici e di sovvenzioni».

Ma l'appello, che segue un'altra recente petizione firmata da 40mila ricercatori scientifici contro i tagli al bilancio della ricerca e alle assunzioni, non ha nulla a che vedere con una rivolta corporativa. Lo prova il fatto che è stato sottoscritto da professioni molto diverse tra loro, che fanno sì richieste specifiche ma che si identificano tutte con il rifiuto della «semplificazione», del «corto circuito» subito in nome «dell'efficacia politica o mediatica». Il testo dell'Appello difende infatti la «complessità» della realtà e rifiuta che i dibattiti sulla società, in nome di quella «Francia dal basso» che Raffarin si vanta di rappresentare, si riducano a semplificazioni del tipo «pro o contro il velo», «psichiatri e ciarlatani» (è in corso una forte protesta contro una nuova regolamentazione della pratica psicanalitica), «giudici di sinistra o poliziotti severi», «artisti fannulloni o approfittatori».

I firmatari affermano, inoltre, malgrado le loro diversità professionali, di sentirsi tutti sotto attacco: il governo svaluta la cultura e l'intelligenza, provocando la fuga dei cervelli o il ripiego su se stessi, facendo «un uso semplicistico e terrificante delle famose lezioni del 21 aprile» del 2002, quando Jean Marie Le Pen arrivò al secondo turno delle presidenziali. Non di meno Raffarin insiste: per il primo ministro proprio l'elezione del 2002 (quando Chirac venne rieletto con più dell'80% dei voti) «segna la fine del movimento politico del `68». Gli intellettuali, per Raffarin, sono come «un tappo di champagne: giudicano la qualità dall'alto della bottiglia». Una metafora che si chiude bellicosamente con l'idea che «bisogna far saltare il tappo per gustare lo champagne».

Fonte: il manifesto, 24/02/2004, pag. 5

 

TORNA ALLA RASSEGNA STAMPA