Quest’uomo va al mare a prendere il sole. Fa molto caldo e c’è poco da fare, ché se ne stanno tutti sotto l’ombrellone ad aspettare che l’aria s’intiepidisca.

A un certo punto quest’uomo decide che è ora di fare qualcosa che faccia dimenticare i quarantadue gradi che infuocano l’ombra. Fare qualcosa che prima non c’era ma che poi ci sarà. Bisogna trovare i materiali e gli strumenti adatti: la sabbia, l’acqua e le mani. Quest’uomo si siede sul bagnasciuga, dove la sabbia è tanto umida quanto ancora asciutta da poterla modellare. Comincia a scavare una piccola buca e ammassa la sabbia estratta dal fondo in un punto. Ma c’è poco altro da raccontare a riguardo, ché neanche tornerebbe utile per la costruzione di questo racconto un po’ estivo.

In pratica quest’uomo si fa un castello fortificato da mura spesse ed impenetrabili. Però verso l’ora di pranzo il livello del mare si alza e l’acqua comincia a minacciare le fondamenta del castello. L’orlo del mare è sempre più vicino, il castello sempre meno solido e nel frattempo gli altri bagnanti se la godono. Ecco che ad un certo punto il mare si mangia il castello, che torna sabbia informe.

Allora quest’uomo indietreggia di qualche metro e ricomincia ad accumulare la sabbia in un altro punto e a modellarne la forma. Si rifà un altro castello, ma dopo un paio d’ore il mare se lo riporta via di nuovo. Saranno state le sette di sera quando quest’uomo si rende conto di essere un pover’uomo, perché doveva pensarci prima che il mare se ne stava lì e che da milioni di anni l’alta marea si porta via quello che prima ti lascia costruire. Ma non avendone consapevolezza quest’uomo se ne sta lì a chiedersi perché il cielo ce l’avesse con lui. Nel frattempo un suono ritmato e conturbante comincia a crescere non si sa dove. La conformazione della costa ha le sembianze di un piede a sette dita, tra le cui insenature si aprono piccoli lidi dove la notte si usa far festa.

Per farla breve quest’uomo si dispera per il fatto che il castello non gli rimane in piedi, ma poi passano due ragazze che gli si rivolgono chiamandolo deficiente. Allora comincia a pensare che del castello in realtà non gli importa quanto credeva prima, un modo come un altro per arginare il tempo. Le due ragazze cominciano a ridere e a fare le sceme con lui, e allora lui si fa i castelli e le segue. La notte quest’uomo balla e beve e ride e dice tante frasi un po’ sceme. Al lido Levante c’è un sacco di gente allegra. Quest’uomo passa la notte in questo lido e il giorno dopo si ritrova riverso sulla spiaggia con le ossa indolenzite. A fianco le due ragazze della sera prima, quella col pareo verde e quella col pareo bianco. Poi non c’è nessun’altro, ché sembra ci sia stata la guerra. Visto che non hanno né sigarette né alcol né fantasia i tre si chiedono cosa fare. Il sole li cuoce.

D’un tratto al pover’uomo viene in mente il castello di sabbia, ché in tre sarebbe stato tutto più facile. Costruiscono un castello dopo l’altro, ma ogni volta se lo porta via il mare. E ogni volta ricominciano come se non fosse successo niente. Le ore passano in allegria e poi via il costume e si fa il bagno.

Verso le sette di sera i tre se ne tornano a casa, mentre il mare si riporta via tutto quanto: l’ennesimo castello, i costumi colorati, le cozze sventrate e un gabbiano morto che evidentemente era volato troppo basso. E si ricomincia da capo.