Il sabato mattina il marciapiede si riempiva di passeggini trainanti genitori con sguardi ebeti e gongolanti. Spaventapasseri perbene: erano insomma giovani come tutti gli altri.
L’inquilino della mia stanza mi ha chiesto l’aumento. Dice che mi lamento nel sonno. Trova un assegno sul tavolo.
Lui pesava ogni sillaba chiedendo di accudirlo, preparare la cena e il letto. Io salvavo i ragni e non le ragnatele.
Con scarsa cautela l’inquilino rovista pensieri usati dal balcone vista ciglia. L’ascensore lascia l’inquilina del quarto sventolante un addio ai suoi gerani.
La stagione annunciava, garrula, sbalzi di umore e piogge sparse. Sapevamo entrambi che non sarebbe durata. Tutto era in bilico e si percepiva sapore denso di vuoto. Del salto. Fra le gengive un vischioso sapore di sangue. Anche oggi mentre l’aveva scopata, l’aveva morso.
L’inquilino dice che le piastrelle della cucina sono sudice. A me, a stare stesa in riva al mare, viene voglia urgente di baci.
Lui prometteva e non parlava, lasciava intuire omettendo minuscoli dettagli. Poi alzavo i volumi per graffiarmi forte la pelle e riempire l’aria e il cranio, disperdendo echi di bugie in rivoli di dolore epidermico.
Oggi l’inquilino dice che il vero problema sono le righe orizzontali, ingrassano. È che a sentirlo, alle volte, mi pare noiosamente insistente. No, non glielo dico, non si sa mai, si dovesse offendere…
Lui non si muoveva. Fermo, riverso, con la pupilla grande e la bocca un po’ aperta. Era sconveniente discutere, ma anche questo protratto mutismo sembrava effettivamente fuori luogo, maleducato. E ripensava alla foto di loro due insieme al bambino, quella da scattare col profumo di sesso e piacere in provetta.
L’inquilino ha telefonato, dice proprio che serve un intervento per quella macchia porpora in cucina. Deglutisco affranta. I capelli sono camice stese al filo.
Noi eravamo perfettamente felici. Lui parlava di  noi, del regno degli spaventi, con uno sguardo che secerneva mosche e  una metamorfosi in un diverso cielo ‘per l’uomo che ero e che amavi’.
Ci sono parole che feriscono come lame, ripete a cantilena l’inquilino mentre mi accarezza i capelli, e il suono della sirena si ferma sotto casa.