No, non era possibile che quella sagoma riflessa nello specchio fossi io, che potesse avere il mio volto così ben delineato al risveglio, incorniciato a mezzo busto e che potesse chiamarsi finache Giulio.
Eppure, a meno che non si fosse materializzato un sosia lì nel bagno, quello sembravo proprio io: Giulio Speranza. Troppi indizi fisici portavano a me, specie ora che, indossati gli occhiali, tornava a fissarmi. Erano evidenti, così da vicino, i due calanchi rugosi che segnavano i lati della fronte, lo sguardo puntato sul bosco castano dei capelli, dove faceva capolino un rado ciuffo argentato, e una barba di sabbia fine alle carezze. Ma fu portando lo sguardo lungo il profilo della figura – spalla, braccia e addome – che l’evidente dubbio si sciolse e prese forma la realtà. Come la pelle di una valigia che ha conosciuto molte rotte, Giulio contemplava la mappa delle cicatrici sparse sul suo corpo: un basilioma asportato un anno prima, buchi di aghi e fistola di dialisi con cui sopravvisse per tre anni e i circa quaranta punti di sutura consacrati per l’innesto chirurgico di un rene. Concluse che il tutto, visto da altra prospettiva, quella di un reportage televisivo per esempio, si sarebbe potuto definire “expo vivente d’arte antropologica”, a metà tra un moderno museo delle cere e una mostra internazionale di arredo-bagno. Ma a chi sarebbe potuta interessare una mostra così triste quanto vera?
Per rompere quello stallo d’arte imbalsamata, Giulio cercò conferma definitiva alla sua esistenza chiamandosi sottovoce “Giulio”. Sebbene rispose solo lo scarico del bagno del suo vicino, si convinse, grazie alle corde vocali più che alla retina, che quello lì presente era proprio lui. Irrimediabilmente. Perciò, la statua di trentotto anni che stava affacciata allo specchio nella stanza dei bisogni fisiologici in pigiama di cotone made in China, ancora intenta a raccogliere i cocci di se stessa dentro alle vicissitudini di un tempo, si concentrò un attimo fissando il cesso e pisciò di getto. Con gusto legava quel semplice gesto mattutino all’epoca dell’assenza di diuresi, e non poteva fare a meno di sorridere. Guardava in fondo a quell’imbuto di ceramica che si andava colorando di giallo paglierino immaginando rivoli e risvolti imprevisti e pieghe e piaghe precise come era stata la sua vita fino ad allora. “Trinnn, trinnn, trinnn” la sveglia destò Giulio dal consumarsi in quella posa beata di pensieri alle otto e tre minuti, giusto in tempo. Macché! Fece appena per correre in camera sua e spegnere quell’importuno amico di tanti risvegli col guizzo secco dell’indice che gli balenò nel cervello, in tutto il suo spaventoso ricordo, l’immagine della tedesca trillante di dieci anni prima. Non certo bionda, era stata una sua ex assai provetta, a cui s’era legato per la pelle o, meglio, per sangue, visto che glielo succhiava nelle sue arterie di polietilene per restituirglielo filtrato delle sostanza tossiche. Che gran cuore teutonico! Una delle figlie della multinazionale tecnologica Braun S.P.A., una strana lavatrice elettronica faceva il bucato del suo sangue per quattro ore a giorni alterni. Ma anche di una bella fauna di sfigati che offriva in pegno alla vita la propria cattiva sorte. C’erano insomma giovani e meno giovani come tutti gli altri pazienti di tutte le dialisi del mondo. E pensava ora a quel tempo disgraziato eppure così colmo d’amore, come l’amore di sua moglie, inossidabile ad ogni trauma, che proprio allora lo richiamava dall’ingresso con la solita porzione di nome comune ”Giù! Giù!”, ormai pronta per uscire.