Di Domenico Giordano

Un rumore continuo, sordo, a tratti insistente, mi obbligò ad aprire gli occhi. Volsi istintivamente lo sguardo verso il punto dal quale proveniva quel flebile bussare, come giungesse da molto lontano, da luoghi abituati al silenzio.
Non dovetti neppure muovermi, il mio corpo era già rivolto verso la finestra, nella medesima posizione in cui, la sera prima, cedette alla stanchezza.
Andava avanti così da quando mi separai da mia moglie e venni a vivere in questa piccola stanza di un residence appena fuori città. Non è bel vivere, sembra di essere in un albergo, piacevole qualche volta e solo se sei in vacanza.
Ma non ebbi modo di scegliere, era l’unico affitto che potessi pagare.
La stanza, dall’arredamento essenziale, era situata al quarto piano di un palazzo, a ridosso della ferrovia. Dietro, la collina dell’Ardizio rigogliosa di verde. Di fronte, il mare e il cielo portavano dall’oriente il nuovo giorno, la speranza. Le pareti erano ancora spoglie, nessuna nota di colore a farmi compagnia. Vi entrai pensando di rimanere pochi mesi!
L’orizzonte, così indispensabile alla mia anima, linea indefinibile tra mare e cielo che segnava l’illusoria fine del tempo e dello spazio, del reale e dell’immaginario, era ben visibile da quella finestra. E questo rendeva sopportabile ciò che non lo era..
Stava piovendo. Era sempre una  piacevole sensazione vedere la pioggia battere sui vetri.
Da tempo avevo tolto le ante oscuranti, mi piaceva vedere le luci della notte, affascinanti e misteriose, lasciare la scena alla luce del giorno, prima discreta e poi, in un crescendo di vanità, diventare l’ imperiosa padrona di ogni cosa, fonte di vita ed innegabile memoria del tempo.
Pioveva quasi certamente dalla sera precedente.
Guardai l’orologio, mancavano pochi minuti alle 5. Era già ora di alzarsi. Uscito dal bagno indossai i vestiti che trovai sulla sedia. Erano quelli del giorno prima. Cambiai solo la camicia e misi le scarpe impermeabili. Indossai la mantella telata, regalo di un mio amico marinaio, presi la borsa e l’ombrello ed uscii..
Pochi minuti ed ero al piano terra, quattro piani scesi a tempo di record, aiutato anche dal fatto che gli altri condomini non si alzavano così presto. Quelli dormono tranquilli e sereni almeno un’altra ora, pensai.
Percorsi la strada fino alla stazione protetto  dall’ombrello. Giunsi in perfetto orario, dopo appena 15 minuti di pedalata. Parcheggiai la bici al solito posto, sul marciapiede di fronte al bar e mi accinsi ad attraversare la strada. Il mio sguardo e i miei pensieri furono attratti dalla porta del bar. Una calda luce proveniva dall’interno e, come il pennello di un pittore, colorava e dava vita alla scura parete del grigio palazzo.
C’erano pochi viaggiatori a quell’ora e quasi sempre gli stessi. In lontananza un uomo dormiva.
Seduto accanto al finestrino, spettatore davanti all’appagabile spettacolo della vita, osservavo lo scorrere del tempo nel continuo rincorrersi delle scene, immagini ininterrotte di un grande ed infinito quadro. La piccola macchina fotografica ed il block notes, compagni inseparabili di vita, furono, come sempre, gli unici testimoni delle mie emozioni.
Poco prima della stazione di Fano un grande cartellone pubblicitario mostrava la faccia di un politico. Erano imminenti le elezioni politiche. Abbassai la tendina del mio finestrino, stanco di vedere un sorriso falso, un’immagine falsa, un viso truccato oltre l’inimmaginabile, delle frasi false.
Era l’Italia dell’illusione berlusconiana.
Decisi in quel momento che il titolo del mio prossimo racconto sarebbe stato l’Italia dei miei stivali.