Di Barbara Coacci

Il signor T. scese dalla bicicletta e percorse a piedi l’ultimo tratto di strada. Aveva le mani arrossate per via del vento gelido, e per quella sua ostinazione a non portare guanti. Il freddo temprava il fisico e il carattere, in sessant’anni non si era mai stancato di dirlo.

Il viottolo che conduceva al cancello era un gran mulinare di foglie. In lontananza rombava un temporale. Il signor T. sollevò gli occhi al cielo per un momento, scrutando il fronte di nuvole nerastre sullo sfondo.

Si accorse che in casa sua le luci erano spente.

Il signor T. affrettò il passo.

Trafficò attorno al cancello con un tremito alle mani, si diresse alla porta, poi si fermò. Appoggiò con cura la bicicletta contro il muro e sistemò i pedali, facendo in modo che quello vicino alla parete rimanesse alzato.

C’era solo una cosa più importante della sua famiglia, ed era la bicicletta. In gioventù il signor T. era stato ad un passo dal vincere il Giro d’Italia.

Avrebbe potuto essere qualcuno, il signor T.

Ripulì il sellino da una polvere immaginaria, finché il brontolio di un tuono lo riscosse. Inserì le chiavi nella serratura della porta, ma la trovò aperta. Il signor T. era sempre stato molto chiaro in proposito, la porta di casa, in sua assenza, doveva restare rigorosamente chiusa a chiave. “Ma cosa succede?”, pensò, e si precipitò per le scale gridando il nome di sua figlia: “Candida! Candida, dove siete?”

Entrò nel piccolo soggiorno al buio, strizzando gli occhi per varcare la penombra.

Dalla poltrona in fondo alla stanza proveniva un gemito. Al signor T. sembrò di scorgere una sagoma vicino alla poltrona. “Che cosa le hai fatto?”, disse a voce bassa. Accese la luce  trattenendo il fiato.

Candida era in piedi, le mani davanti agli occhi e le dita che si muovevano velocissime come ali di farfalla. “Iiiihhhh”, cantilenava sua figlia con una vocetta stridula. La signora T. era raggomitolata sulla poltrona, con le braccia magre magre incrociate sopra la testa.

“Che cosa le hai fatto?”, ripeté il signor T.

Candida teneva gli occhi fissi sulle sue dita, la bocca tirata a mostrare i denti.“Iiiiihhh”, diceva “Iiihhh!”

La signora T. si mosse piano, il suo faccino da topo spuntò dalle spalle incassate.

“Tua figlia mi ha picchiato”, disse, “ha avuto la Crisi”.

“Perché la luce era spenta?”, disse il signor T. “Perché la porta era aperta?”

Candida fermò le mani e smise di squittire. “E’ venuta la schizofrenia”, disse.

Il signor T. diventò paonazzo e cominciò a gridare. “La schizofrenia non deve venire! Chi l’ha fatta venire?”

“Tua figlia”, disse la signora T. “Tu sei matta”, disse il signor T., ma persino lui si chiese a chi lo stesse dicendo.

“Vieni qua, Candida”, le disse, sfilandosi la cinta dei pantaloni.

Candida sembrava di pietra, le braccia allungate contro il corpo, gli occhi fissi. Un filo di bava le colava dalla bocca.

Il signor T. andò verso di lei, ma Candida non si mosse.

La signora T. si alzò dalla poltrona, uscì dalla stanza senza guardare nessuno. Aveva un brutto livido attorno al collo.

Il signor T. fece quello che doveva fare, poi raggiunse sua moglie in cucina.

Candida lo sentì gridare: “Devi chiudere la porta a chiave, quando non ci sono! E tenere le luci accese. Lo sai che Candida vuole le luci accese”.

Ma Candida rimase al buio e sollevò le mani all’altezza degli occhi. Prese a muovere le dita tutte insieme, su e giù, concentrata sul rumore prodotto dallo sfregamento delle dita tra loro.

“Le farfalle”, disse Candida al nulla, e si accorse del rumore della pioggia, la sentì premere fitta sulla finestra.

Trascinò una sedia e si sedette con la fronte contro il vetro.

Rimase così a lungo, aspettando che la cena fosse pronta.