di Angelo Nanni

Era il giorno dedicato ai santi. Ma lui aveva già “tirato giù” tutti i nomi di quelli che conosceva. Pochi, dato che era agnostico-fondamentalista. L’indomani, 2 novembre, sarebbe stata un’altra festa, quella per i morti. Renzo si sentiva quasi come un candidato a quell’onoranza. Tanto stava da schifo.  Anche perchè i testicoli gli facevano male più del solito. Appena sveglio, era subito evaso dal suo bilocale casa-bottega. Sebbene, prima di addormentarsi, si era auto-condannato a trascorrervi un periodo di arresti domiciliar-sentimentali. Sopra la strada, una nuvoletta fantozziana si sganciava dai nuvoloni di autunnale e lugubre ordinanza per inseguirlo. Renzo – Genio senza più lampada e desideri da esaurire per Lucia, la sua ex – guidava in stato catatonico per le vie bagnate della città. Affollate, quasi irriconoscibili per chi – come lui – a quell’ora di giorno festivo (11 antimeridiane circa) era solito rigirarsi in stato comatoso nel letto, reduce da una notte scandita da sbornia prefestiva, rockettari balli acrobatici in circoli underground, improbabili indirizzi di donne conosciute in pista e scritti all’interno di un pacchetto di Stuveisand poi disperso.

Il pilota automatico inserito dal suo sub-conscio schivava alla grande i passanti. E poi era facile dribblarli: perchè il piede stanco spingeva inusualmente appena sull’acceleratore; e perchè spiccavano nel grigiore plumbeo e acquoso in quanto, spesso, muniti di mazzi di fiori coloratissimi. Quei fiori cimiteriali. Anche quelli sembravano dargli la caccia. Gli parevano bocche di piante carnivore, zombies vegetali, visti così dal finestrino retrovisore della sua bat-mobile (così aveva  ribattezzato la sua auto giapponese). E fu proprio un mazzo di crisantemi in mano a una vecchietta gobba – mentre già la “bat” era uscita dal centro e si era inabissata nel quartiere della sua ex – a fargli balenare nella mente obnubilata la sventurata idea. L’idea che – sparando alle esili gambe di alibi raffazzonati – gli fece realizzare il vero senso di quella sua missione mattutina: non quello ufficiale, e cioè cercare una farmacia di turno per acquistare le medicine per la nipotina fresca di attacco di otite; ma quello, autoconferitosi nell’agitatissimo sonno, di far sentire  in qualche modo a Lucia che lui era ancora vivo. E che non poteva vivere senza di lei. Fu allora – mentre la vecchietta gobba si cimentava con successo in un inaspettato salto olimpionico per sottrarsi all’investimento, e un crisantemone giallo si spiaccicava come un calabrone sul parabrezza della “bat” – fu allora che la punta dello stivaletto destro ebbe un sussulto e schiacciò tutto il gas. Non era mai stato bravo in matematica, Renzo. Ai tempi del liceo era stato sospeso perchè durante una lezione scientifica si era messo a giocare al “piccolo chimico anarchico” facendo esplodere un’ampolla d’acido a due metri dalla prof. Renzo amava le materie umanistiche. E per quella prof, che ne uscì illesa, avrebbe volentieri scritto un bel necrologio. Ma quando la vecchietta gobba urlò terrorizzata, lui riuscì in un lampo a fare un’addizione degna di un computer satellitare:   quartiere di Lei + fioraio nella strada di Lei – chissenefrega della farmacia di queste parti che tanto è chiusa = mi sparo pure io un mazzo di fiori glielo porto. La fioraia lo accolse sorridendo, ma a lui sembrò che digrignasse i denti. “Un mazzolino di fiori, semplice, carino, poco costoso. È per la mia ex. Sa, abita proprio qui a due passi”, disse Renzo con la sigaretta accesa in bocca. Stavolta i denti della fioraia erano serrati davvero, per il disappunto provocatole dal fumo. Ma dal digrigno passò in un attimo al ghigno, spinta da quella velenosa curiosità invadente tipica di certe bottegaie zitellacce che non si sono mai fatte cazzi, tantomeno i loro. “Ah, forse ho capito. La signorina non sarà mica la povera, bellissima Lucia, la hostess, quella che viaggiava sempre… è morta proprio tre giorni fa a causa di una rarissima, incurabile e fulminante malattia di tipo sessuale, sa quei virus che ci sono solo nello Zanzibar, ma di solito anche laggiù capita una volta ogni cinquant’anni che uno se li becca e ci resta secco… che sfortunata, quella Lucia. E pensare che comprava i fiori da me almeno una volta alla settimana…”, sibilò la fioraia con voce mielosa e finto cordoglio, ma davvero addolorata per i mancati introiti del suo malefico antro dovuti a quel decesso. Renzo si sentì gelare, si accese un’altra sigaretta, ne offrì una alla fioraia. Uno strano calore gli salì dal basso. Guardò sotto il suo cinturone: una macchia di sangue stava “blobbando” sui pantaloni stretti a righine, proprio accanto alla zip. I testicoli pulsavano come quasar. Il sangue gocciolava giù, macchiando di rosso alcuni crisantemi bianchi appassiti abbandonati a terra. La voce gli si aggrappò alla gola. Riuscì solo a balbettare: “Ma non è che quella malattia era contagiosa…”. Il punto interrogativo gli si spezzò in bocca, rantolò e si afflosciò come un cactus catapultato al Polo Nord. Le orecchie congelate captarono solo il “sì” della fioraia. E, spirando, l’ultima cosa che vide fu il bianco viso di Lucia, riflesso sulla lucida punta dello stivaletto sinistro.