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di Alessandro Cartoni

Era accaduto ancora, nel momento stesso in cui il prete aveva pronunciato le ultime parole, “finché morte non vi separi”, accompagnando la mano della sposa in quella dello sposo. Era stato lì che il labbro aveva ricominciato a tremare. Di colpo si era sentito premere il nodo della cravatta contro l’epiglottide. Eppure la mattina mentre la madre, estasiata, gli allacciava i gemelli della camicia, l’aveva pregata di allentano, quel benedetto nodo.

“Dai mamma così è troppo stretto, allargalo un po’”

“Ma Carlo, dopo perde la piega, lo sai che poi si arruffa il collo della camicia.. . Sei così bello figlio…” Lei aveva continuato a guardarlo in adorazione. Si era addirittura spostata indietro per inquadrare meglio tutta la figura dello sposo. Ma non aveva mosso un dito. “Giusto un po’, cristo, appena appena” aveva implorato lui. Riluttante, si era avvicinata e alzandosi sulla punta dei piedi, aveva armeggiato con le dita intorno al collo taurino del figlio. Lui la sovrastava di tutta la testa, e mentre si estendeva in avanti cercando di rimanere immobile, aveva percepito una specie di alone intenso e sgradevole. La madre continuava a mettersi quei profumi dolciastri che lui aveva odiato fin da piccolo. Avevano tutti la stessa nota corrotta di frutta e fiori andati a male. Col sorriso delle grandi occasioni la madre lo aveva fissato da sotto in su dichiarando “Mi farete dei bei nipotini, Io so già…”. È lì a casa, che aveva avuto il primo tremito. La bocca era sembrata andarsene per conto suo.

Adesso in chiesa sentiva il sudore colargli dentro la canottiera di cotone. In pieno novembre, non poteva essere il caldo. Oltre al fremito c’era questa perlina salata che continuava a pendergli dal naso. L’aveva già catturata due volte con la lingua e in entrambi i casi gli era sembrato che il prete lo fissasse di traverso. Ma poteva darsi benissimo che lo avesse pensato lui. Il prete badava a non dimenticare nulla delle formule di rito.

In ogni caso, durante la cerimonia, si era rivolto costantemente alla sposa, soprattutto quando aveva dichiarato alzando il tono della voce “nella buona e nella cattiva sorte, nella gioia E NEL DOLORE”. È su “dolore” che aveva calzato l’intonazione e l’enfasi. In quel momento lui aveva deglutito. Il prete invece, aveva alzato lo sguardo verso il resto dei fedeli, e una piccola grinza, quasi l’accenno di un sorriso, gli si era stampata sul lato sinistro della bocca. La ‘madre dello sposo, era là in seconda fila, proprio dietro ai testimoni. Lui non la vedeva ma sapeva che c’era e che aveva sorriso commossa, dopo la formula del vincolo. D’improvviso gli era venuto questo pensiero assurdo: chissà se il prete aveva mai annusato i profumi che si metteva addosso? Comunque stava finendo. C’era solo da voltarsi e affrontare i volti degli invitati. La chiesa era piena fin quasi a scoppiare. Le note della marcia nuziale riempivano le navate e forse era tutto questo, la musica, la tensione, il profumo dell’incenso a renderlo nervoso. Doveva essere così. La sposa piangeva, teneva il braccio annodato a quello dello sposo, e premeva costantemente sulla sua spalla.

Lui le aveva domandato “Stai bene…”. “Sì…” aveva risposto lei, poi quasi sussurrando, aveva aggiunto “ti amo…” Lui, un po’ imbarazzato aveva accennato un sorriso, da ebete. Gli capitava spesso. “Ora ci giriamo e camminiamo a passo normale fino all’uscita. Fra quaranta passi siamo fuori… Te le ricordi le prove no?”. Lo aveva detto per rassicurarla. Nelle settimane precedenti la madre aveva preteso che provassero almeno due volte la cerimonia. E lui aveva accettato, con riluttanza. Adesso però tornava utile. Sarebbe bastato eseguire quattro movimenti e tutto si sarebbe risolto nel giro di un minuto, il più era fatto.

Dopo essersi voltato tuttavia, il profumo dei fiori lo investì in pieno. Era disgustoso. Aveva deglutito ancora. I vasi stracolmi di gigli, gerbere e lilium, erano stati collocati a semicerchio lungo il perimetro del presbiterio. Mentre scendevano i gradini dell’altare una serie di lampi a ripetizione lo colpirono agli occhi. Aveva dimenticato i fotografi.

Provò ad accelerare il passo, alcune gocce di sudore gli stagnavano nelle lenti. “Vai più piano Carlo, così mi fai inciampare”, aveva gridato la sposa irritata. Se la stava trascinando dietro senza pensare allo strascico e alle due damigelle d’onore che si guardavano sbigottite.

Di colpo era come se percepisse tutto da fuori, la gente, la chiesa, lui stesso vestito come un pagliaccio, e poi quella musica assurda che gli attraversava le tempie. Per un attimo, stava correndo verso l’uscita, gli venne in mente che non voleva nulla di tutto questo. Non lo aveva amai voluto. Ma non ebbe quasi il tempo di pensano. La sposa si era divincolata ed era rimasta indietro cercando di salvare lo strascico, i suoceri erano accorsi indignati. Era uscito da solo nel pallido sole di novembre. C’era gente intorno che applaudiva e continuava a lanciargli manciate di riso negli occhi.